È un framework operativo che integra fisiologia, psicologia e abitudini. Adattato al contesto italiano e alla mia doppia competenza clinica.
Il concetto di Corporate Athlete è stato introdotto nel 2001 da Jim Loehr e Jack Groppel sulla Harvard Business Review. La loro tesi era semplice e rivoluzionaria: i top executive performano sotto pressioni paragonabili a quelle degli atleti professionisti, ma — al contrario degli atleti — non vengono allenati a gestire la propria energia.
Vent'anni dopo, quel framework resta validissimo. Ma ha bisogno di un aggiornamento alla luce di ciò che oggi sappiamo su sonno, metabolismo, neuroplasticità, longevità.
Il metodo lavora su quattro livelli, ognuno con strumenti diversi:
La base di tutto: nutrizione, sonno, allenamento, recupero. Non come obiettivi estetici, ma come infrastruttura della performance cognitiva ed emotiva. Senza questa, le altre tre dimensioni collassano nel medio termine.
La capacità di accedere a stati emotivi funzionali quando serve, e di recuperare velocemente da quelli disfunzionali. Include la regolazione dello stress, la gestione delle relazioni significative, e la consapevolezza emotiva di sé.
Attenzione, concentrazione, decisione. Su questa lavoro molto con strumenti specifici — anche di neurofeedback, quando indicato — e con la gestione delle "monete cognitive": ogni decisione costa, ed è essenziale capire dove le si spende.
La dimensione che dà direzione alle altre tre. Sapere perché stai facendo quello che stai facendo è quello che permette di sostenere lo sforzo nel lungo periodo. Senza, anche l'esecuzione più disciplinata diventa burnout.
Il mercato del benessere e della performance è saturo. Tre cose distinguono il mio approccio:
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